“Boyhood” – un film girato in 12 anni, che cresce come un figlio.

12 ore sono un giorno.

12 mesi sono un anno.

12 anni sono un ciclo dell’esistenza.

Se volessimo raccontare la nostra vita, di quanti episodi avremmo bisogno?

Richard Linklater ha scelto di utilizzarne 12 per scrivere e dirigere Boyhood, un film-mosaico che racconta la storia di un ragazzo e fissa l’inesorabile trascorrere del tempo.

Una serie di scene che, viste tutte insieme, emozionano come quei tratti di penna sul muro che misurano la crescita dei figli, segnandone una dopo l’altra le diverse altezze raggiunte e le relative date. Poi un giorno si ridipinge la stanza e le tracce svaniscono. E’ il destino di ogni provvisorietà che giunge a compimento.

Il cinema, invece, resta.

Boyhood narra le avventure di un bambino mentre si fa uomo: l’attore Ellar Coltrane è stato in scena dagli 8 ai 20 anni, interpretando il ruolo di Mason. Qualche giorno di set all’anno, per 12 anni (si parla di una quarantina di giorni di riprese soltanto, in totale). Una tappa dopo l’altra, gli spettatori possono ora osservare il suo sviluppo sia fisico, che emotivo. Il primo è stato documentato dalle immagini, mentre il secondo è stato sceneggiato per il film.

Si assiste ad un’operazione che assume il valore di una specie di saga di Harry Potter condensata in un unico colossal, con la differenza che Daniel Radcliff ha fin da subito vestito i panni del già noto maghetto, rendendo più evidente il confine tra realtà e finzione: è stato scelto per un ruolo ed è cresciuto film dopo film (8 totale, nell’arco temporale di una decade) lasciando al pubblico il tempo di abituarsi al cambiamento. Fa comunque un certo effetto osservarlo oggi, cresciuto. E ogni volta che si cimenta in qualcosa di nuovo viene visto come il piccolo mago trasformatosi in adulto, come in questi giorni al Tonight Show, dove si è esibito in un rap dei Blackalicious, ennesima (e difficile) prova pubblica per tentare di lasciarsi alle spalle il personaggio scritto da J.K. Rowling. Lo stesso destino vissuto dai co-protagonisti di Harry Potter, che riconosciamo sempre come vecchi amici d’infanzia, qualsivoglia opera interpretino (anche tra i giovani ladri di Bling Ring vediamo Emma Watson e pensiamo a Hermione, come In Viaggio con Evie ci pare essere andato Ron – il miglior amico di Harry – piuttosto che l’attore Rupert Grint).

Ellar Coltrane, invece, proprio come un qualsiasi fan di Harry Potter (citato più volte in Boyhood) è diventato grande senza confrontarsi pubblicamente con il personaggio di Mason. Non ha vissuto sotto i riflettori, che quindi oggi sembrano puntare improvvisamente la loro luce sulla sua infanzia e sul suo presente.

La sperimentazione di Linklater (che ha fatto recitare anche la propria figlia Lorelei, nella parte della sorella di Mason) consiste nell’aver riunito il cast ogni anno, lasciando che fosse il tempo ad occuparsi della crescita dei piccoli protagonisti e dell’invecchiamento dei loro familiari.

Lo schema narrativo è efficace e funzionale a trasmettere emozioni. E’ una logica provata e vincente: ricorda altre grandi opere, come La Famiglia di Ettore Scola o il romanzo Carne e Sangue di Michael Cunningham. Oltretutto, in questo caso, ci pone dinanzi ad un interessante rapporto regista-attore che evoca il sodalizio di Francoise Truffaut con Jean-Pierre Léaud/Antoine Doinel (o Fellini-Mastroianni se consideriamo il rapporto tra Linklater e Hethan Hawke).

E’ nato così un film di fiction, che documenta il trascorrere degli anni, attraverso i volti ed i corpi degli attori. Ma fermarsi a questa evidenza sarebbe davvero un peccato. C’è qualcosa in più: Boyhood è il grande romanzo d’inizio millennio. Linklater racconta una famiglia, ma intercetta l’America post 9/11. L’era Bush e l’avvento di Obama. Gli indecifrabili slittamenti delle mode, che non smettono di rendere il look dei figli poco comprensibile per i genitori, che pur non vogliono sentirsi vecchi. Boyhood è il più grande fake della storia del cinema. E’ un inno d’orgoglio della finzione, che per sua natura viene creata partendo dalla realtà. Il film riesce a reggere la pressione della scommessa lanciata grazie alla semplicità di una sceneggiatura non pretenziosa o intricata.

Il rischio era avvicinarsi troppo al mockumentary (oltretutto sfidando le vette irraggiungibili di Tarnation di Jonathan Caouette, prodotto nel 2003 da Gus Van Sant e John Cameron Mitchell) o virare alla ricerca di intellettualismi alla Truman Show duepuntozero.

Invece il rigore della messa in scena e le interpretazioni magistrali e coraggiose di Patricia Arquette e Hethan Hawke portano il film in un territorio più simile all’universo di Altman, quasi sfiorando il sublime, complice forse la natura che di tanto in tanto ci ricorda l’inezia delle vicende umane con i suoi grandi spazi.

Questo falso film di famiglia ci offre l’occasione unica di riflettere sulla nostra dipendenza dalle immagini, sul nostro continuo registrare frammenti di realtà e condividerli, componendo giorno dopo giorno la linea di un racconto, che probabilmente lasceremo editare automaticamente da un software che calcoli il gradimento dei contenuti da parte dei nostri followers, invece di renderci autori del nostro racconto di vita. Il nostro grande romanzo sarà forse un cinepanettone, basato sui gusti del pubblico pop. 

Boyhood, dunque, non serve a cercare la verità nel cinema, ma qualche verità sul cinema.

Sul senso di quest’arte che s’intreccia con la nostra vita, attraverso i film (e i filmati vari) che vediamo e (chi più, chi meno) produciamo.

L’immedesimazione con il protagonista ci consente di vivere Boyhood come un viaggio e il miglior ricordo di quest’avventura sarà la percezione di una lenta conquista della libertà. Che, una volta raggiunta, ci rendiamo conto essere un nuovo punto di partenza, più che un traguardo.

Avvicinandosi all’età adulta Mason diventa un personaggio desideroso di esplorare, ma anche in cerca di un approdo sicuro. Continua ad amare la fotografia e riflette sulle abitudini sociali diffuse, come quella di vivere la vita a diversi livelli, gestendo molte conversazioni in parallelo sui social network. E’ sconvolto dall’idea di essere catalogato e associato ad un compagno di stanza “ad hoc” attraverso i questionari da compilare per accedere al college. Lo turba la scoperta che esistono solo otto tipi di individuo. Esattamente come verremmo sconvolti noi – da spettatori – se ci dicessero che esiste solo un predefinito numero di personaggi-tipo da raccontare (ma di fatto è più o meno così, come per le maschere della commedia dell’arte – oltre ad una manciata di archetipi al limite si sperimenta inventandosi degli ibridi).

Se apparentemente il film sembra avere un finale aperto, in realtà la narrazione si conclude mentre si delineano i confini della vita adulta, che non significa per forza (e subito) raggiungimento della maturità, quanto consapevolezza di dover diventare il fulcro della propria esistenza. E in un epilogo lieve e coerente con la logica dell’intera sperimentazione di questo film – che condensa il tempo in brevi scene simboliche – il carpe diem diventa l’esperienza di saper cogliere l’attimo… di sorpresa. Intuirne l’arrivo con un po’ d’anticipo, mentre si prepara a manifestarsi ai nostri occhi. Appena prima che tutto cambi.

CURIOSITA’

– Nel film Mason senior (Ethan Hawke) crea un particolare album dei Beatles, il “Black Album” da regalare al figlio Mason: ecco qui la playlist.

– La colonna sonora di Boyhood è un album che racconta i primi anni Duemila, in questo video il regista Richard Linklater parla delle scelte musicali per il film.