Cosa c’entra “La Dolce Vita” con Bud Spencer? Ecco tutta la verità.

La storia del cinema, talvolta, intreccia i destini di diverse generazioni della stessa famiglia. 

Lo sa bene Giuseppe Pedersoli, figlio di quel formidabile Carlo conosciuto ai più come Bud Spencer. E nipote di Giuseppe Amato, uno dei produttori italiani più importanti di sempre. A testimoniare questi appassionanti intrecci tra cinema e vita è il film che Pedersoli ha presentato al Festival di Venezia: La Verità su La Dolce Vita, appassionante documentario che ripercorre la travagliata vicenda produttiva del capolavoro di Federico Fellini, uscito nel 1960, conquistandosi il primato di pellicola più costosa realizzata fino a quel momento in Italia (più del doppio dei 400 milioni di lire stanziati come tetto massimo). A reggere il timone dell’impresa, in ogni tempesta c’era Amato, il nonno materno dell’autore. E Pedersoli, qui alla sua prima regìa dopo quarant’anni vissuti da produttore, si può dire che a modo suo e affiancando il padre Bud, abbia seguito le orme del nonno. Amato fu pressoché l’unico ad intuire la potenza dirompente de La Dolce Vita fin dalla lettura di una sceneggiatura talmente poco convenzionale da spaventare gli altri produttori, nonostante Fellini avesse al tempo già vinto due Oscar. Il resto è storia (e poi gloria) ricostruita con dovizia di particolari e ritmo brillante nel film, ricco di testimonianze e sequenze d’archivio. Che svela anche  aneddoti sorprendenti, come la benedizione al progetto data da Padre Pio.

Giuseppe, il tuo documentario riesce nella difficile impresa di risultare personale ed universale al contempo…

Non nasce come apologia di un nonno, che tuttavia merita di essere ricordato per i tanti titoli di rilevo prodotti, ad esempio Umberto D., Francesco Giullare di Dio, Don Camillo. È una storia di uomini, di grandi protagonisti del cinema, emersa dai documenti originali che mi hanno consentito di raccontare in modo minuzioso il dietro le quinte de La Dolce Vita: Fellini con la sua volontà ferrea di girare il film esattamente come lo aveva in mente (addirittura rifiutando l’offerta di De Laurentiis di inserire Paul Newman, preferendo Mastroianni perché il ruolo del giornalista Marcello non era stato scritto pensando ad un divo), Amato e Angelo Rizzoli, già soci da trent’anni.

Perché la sceneggiatura de La Dolce Vita faceva così paura ai produttori?

Era fuori dagli standard: non aveva un eroe, l’inizio e il finale non erano classici, si susseguivano episodi senza che la struttura fosse quella del tipico film ad episodi. E soprattutto il corpo di scrittura era molto esteso e complesso.

Quali furono le ragioni della lungimiranza di Amato?

La grande esperienza professionale e la profonda conoscenza del luogo simbolo dove è ambientato il film, quella via Veneto dell’Hotel Excelsior, dove aveva il proprio quartier generale, in una suite adibita ad ufficio. Non rappresentava solo il fulcro della vita mondana, era una fucina di intellettuali come Zavattini e Flaiano. Mio nonno osservava tutto, in prima persona. E leggendo la sceneggiatura de La Dolce Vita si entusiasmò.

La storia del cinema dal punto di vista dei produttori è ancora poco studiata. Quale tassello mancante rappresenta?

Lettere, telegrammi, contratti, preventivi, consuntivi raccontano l’ossatura produttiva industriale: sono testimonianze fondamentali per capire la genesi di un film, tanto quanto l’analisi dell’atto creativo. La figura del produttore, purtroppo, è sempre stata presa in considerazione in modo marginale, quando invece Ponti, De Laurentiis, Lombardo e lo stesso Amato si sedevano ai tavoli del grande cinema internazionale con un ruolo da protagonisti, anche insieme agli americani, e dettavano le regole. Roma, nel periodo della Hollywood sul Tevere, era presa in considerazione non in quanto “bella location” per monumenti e panorami, ma per la potenza produttiva, ottenuta grazie al lavoro di questi soggetti.

E la tua carriera nel cinema, com’è iniziata?

Ormai quarant’anni fa, quando giovanissimo, durante gli studi di Giurisprudenza a Milano ebbi l’opportunità di fare l’assistente sul set di C’era una volta in America di Sergio Leone, perché parlavo bene l’inglese. Nonostante avessi da sempre respirato cinema in famiglia, prima non mi era passato per la testa di lavorare in quell’ambito. Fu un’esperienza incredibile trovarsi a leggere la sceneggiatura seduti al tavolo con attori come Robert De Niro, Joe Pesci, Treat Williams… Anche se mi mancavano solo 2 esami alla laurea, dopo quegli 8 mesi sul set non lasciai più il cinema. Successivamente fu una fortuna iniziare a lavorare accanto a registi molto esperti come Corbucci, Castellari, Deodato. Poi iniziai le mie produzioni, anche all’estero, e dopo alcuni anni di gavetta fu un grande piacere produrre Extra Large il film che riuniva mio padre Bud Spencer con Enzo Barboni, il regista della saga di Trinità e la serie tv Extra Large, diretta da Enzo Castellari, che fu un grande successo in tutta Europa. È stato anche un modo per conoscere mio padre dal punto di vista professionale: ho bellissimi ricordi.

Hai prodotto anche film e serie tv interpretati da tuo padre Bud Spencer e si mormora adesso della preparazione di un titolo a lui dedicato…

Sì, lo sviluppo con un’importante società tedesca: racconterò i suoi anni giovanili, compresi i successi sportivi nel nuoto, sulla spinta delle richieste dei fan che desiderano conoscere meglio quel periodo. Lui stesso negli ultimi anni di vita aveva acconsentito ad aprire una pagina Facebook per restare in contatto con il suo pubblico e si divertiva a rispondere tramite i social network alle tante domande in arrivo. Spesso erano quesiti sulla sua gioventù, avventurosa, prima della celebrità. Inizierò da Napoli, svelando come nacque la sua carriera di nuotatore, quando da bambino venne buttato in acqua da suo padre con un ceffone per una marachella che aveva combinato, fino all’incontro con Terence Hill sul set di Dio Perdona, Io No in Almeria, che sancì la nascita di una coppia mitica.